Le chiamate arrivavano sempre alle 21:03
Stessa voce. Stesso indirizzo. Stesso tono calmo e risoluto: “Ciao, caro/a. Ho bisogno di aiuto.”
Inizialmente, la centrale operativa pensò a un malinteso. Poi forse a demenza. Alla terza settimana, la situazione era diventata un problema. Gli agenti alzavano gli occhi al cielo quando il suo nome compariva sullo schermo. Qualcuno aveva persino attaccato un biglietto sopra la radio: “Novantunenne chiamante abituale. Non è un’emergenza. Gestire la situazione e via libera.”
Quella notte, toccò a me.
«Vai a occupartene», disse il mio supervisore, senza quasi alzare lo sguardo. «E questa volta fallo in modo definitivo.»

Arrivai in macchina già irritato, ripassando mentalmente il discorso: sull’abuso dei servizi di emergenza, sulle conseguenze, su come tutto questo dovesse finire. La casa era silenziosa sotto la luce tremolante del portico, ordinata ma trasandata, come se avesse esaurito la sua funzione.
Ho bussato più forte del necessario.
La porta si aprì quasi immediatamente.
Se ne stava lì, in un abito azzurro pallido, perfettamente stirato, con i capelli argentati ordinatamente raccolti. Non sembrava confusa. Non sembrava angosciata.