14 giorni in ospedale: il tempo si è fermato.

Quando mettere a tacere la propria voce è un po’ come svanire
Cosa colpisce di più in questa storia? È la sensazione di perdere la voce. Non solo la voce che esce dalla bocca, anche se i farmaci seccano la gola e le parole si confondono in una nebbia di antidolorifici. È soprattutto ciò che questo silenzio significa: una pausa forzata nella propria vera essenza.

Esprimersi diventa una vera lotta. Uno sguardo, un gesto, poche parole scarabocchiate su un pezzo di carta. Le parole dei cari, degli operatori sanitari, arrivano ovattate, come se provenissero da dietro un vetro spesso. Sei lì, ma un po’ altrove, sospeso in un limbo.

L’ospedale: un mondo che gira senza di noi
Dentro, tutto funziona come un meccanismo ben oliato e nessuno ci chiede la nostra opinione. Le dita agili dell’infermiera che sistemano la flebo, i passi frettolosi del medico nel corridoio, i volti che passano, sorridenti o stanchi… È un balletto silenzioso, punteggiato da bip e allarmi.

Anche a occhi chiusi, lo si percepisce nel petto. Quel ritmo permea ogni cosa. Il tempo non ha più lo stesso sapore. Le lancette dell’orologio girano, ma le ore restano immobili.