A trentotto anni, avevo ormai rinunciato a trovare “l’uomo giusto”. Così, sposai un vedovo riservato che viveva con il figlio di otto anni in una modesta casa in affitto. Tre giorni dopo le nozze, mi consegnò una carta di debito: “Usala per qualsiasi cosa ti serva”. In banca, l’impiegato controllò il mio documento, si sporse verso di me e sussurrò: “Davvero non sa chi ha sposato?”

sapessi costruire dei ponti.

«Sono una contabile forense.»

«Serve a qualcosa?»

«Serve a capire dove qualcosa si è rotto.»

Mateo mi porse del nastro adesivo.

«Allora sì.»

Sei mesi dopo, Daniel mi chiese di sposarlo proprio in quel soggiorno, con Mateo seduto dietro di noi che cercava di non ridere perché era già al corrente del piano. La mia famiglia pensava che avessi perso la testa.

Mia sorella Paola era la peggiore. Durante la cena del nostro matrimonio, lei alzò il calice davanti a una quarantina di persone.

«Laura ha